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Introduzione:
La sfida dello sviluppo sostenibile per le istituzioni finanziarie

Sviluppo sostenibile e responsabilità d'impresa


Lo sviluppo sostenibile, così come definito dalla Commissione Brundtland delle Nazioni Unite (WCED, 1988), è:

  • uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni;
  • un processo nel quale lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l'orientamento dello sviluppo tecnologico ed il cambiamento istituzionale sono tutti in armonia, ed accrescono le potenzialità presenti e future per il soddisfacimento delle aspirazioni e dei bisogni umani.

Il concetto si fonda su tre diversi pilastri, o principi, fortemente interrelati. In primo luogo l'equità sociale, intesa come equità intra-generazionale e inter-generazionale. In secondo luogo la protezione dell'ambiente, intesa come mantenimento dello stock delle risorse naturali e della diversità biologica. Da ultimo la competitività economica, intesa come capacità dei sistemi economici di creare ricchezza garantendo la coesione sociale e il rispetto dell'ambiente.

Questo concetto è stato via via declinato in obiettivo di lungo periodo dagli organismi sovranazionali, le Nazioni Unite e l'OECD, dai governi di paesi occidentali e paesi in via di sviluppo, dagli enti locali, chiamati proprio alla conferenza di Rio a dotarsi di un piano d'azione per il XXI° secolo (l'Agenda 21 Locale), e infine dal mondo delle imprese, in particolare di quelle che operano nei settori industriali maggiormente responsabili del degrado ambientale. Al contrario, l'adozione esplicita dello sviluppo sostenibile come obiettivo strategico per le imprese che operano nel settore dei servizi, di cui le istituzioni finanziarie fanno parte, è relativamente più recente.

In che modo per il settore della finanza, il cui agire è apparentemente neutrale rispetto ai temi dell'ambiente e della responsabilità sociale, è rilevante la questione dello sviluppo sostenibile? Prima di tentare di dare una risposta, o più risposte, a questa domanda, occorre chiarire in maniera più esplicita quali siano gli aspetti chiave che un'impresa, a prescindere dal settore in cui opera, dovrebbe tenere in considerazione nell'intraprendere il percorso verso lo sviluppo sostenibile.

Lo sviluppo sostenibile è una sorta di principio guida, o percorso asintotico, che fa strettamente riferimento al concetto di responsabilità di un soggetto, in questo caso un soggetto economico, verso altri soggetti. Si tratta di una responsabilità morale, ancora prima che legale, verso tutti coloro che hanno un interesse diretto o indiretto agli effetti dell'attività d'impresa e quindi verso i soggetti con cui quest'ultima intrattiene rapporti: dai clienti/consumatori alle generazioni future, dai fornitori ai dipendenti, dai cittadini agli azionisti, dai creditori alle autorità di controllo, solo per citarne alcuni.

Il quadro è sufficientemente ampio per suggerire come il comportamento delle istituzioni finanziarie non sia per nulla neutro proprio rispetto a questi soggetti. Il rapporto tra chi esercita attività finanziaria e chi riceve denaro a prestito è stato ad esempio oggetto di critiche già dai tempi di Aristotele, che considerava l'esercizio del credito un'attività contraria all'etica, posizione ancora oggi riscontrabile nei paesi di religione musulmana. La questione, ottimamente dibattuta da Sen (Sen, 1991), appare oggi largamente superata se si considerano le conseguenze, positive, che il prestare denaro determina; ma è centrale nel dibattito attuale quando si consideri per esempio la questione della determinazione dei tassi d'interesse d'usura.

Accanto alle questioni dell'etica della finanza, troviamo altri ambiti sicuramente rilevanti quando si tratti di istituzioni finanziarie e responsabilità verso altri soggetti. Come ad esempio la relazione tra attività finanziaria e sviluppo locale, lotta alla disoccupazione, integrazione degli immigrati, protezione dell'ambiente. Ecco quindi che l'esercizio dell'attività finanziaria è legato a filo doppio con il dibattito sullo sviluppo sostenibile.

Alla stessa stregua, il quadro descritto poco sopra, indica chiaramente come il tema dello sviluppo sostenibile non sia per nulla nuovo, se non altro nella sua forma più implicita, nell'agenda delle istituzioni finanziarie, da sempre impegnate in maniera attiva o perché costrette, a definire ruoli e a gestire relazioni con un certo numero di soggetti.
A questo proposito basta citare il fatto che la responsabilità verso i cittadini e il territorio ha trovato ampia rappresentazione nel sostegno alla conservazione dei beni architettonici e artistici, assistenza a centri di cura per disabili, aiuto alle famiglie svantaggiate e così via. Per molte banche poi, il riferimento è alle casse di risparmio, attività che erano espressione di un legame molto stretto col territorio, sancito formalmente dalla necessità di destinare l'utile d'esercizio proprio a iniziative senza finalità di lucro.

Il contesto che cambia


Questi interventi, nonostante il valore economico sia importante e l'impatto sociale positivo, appaiono però inadeguati rispetto al potenziale impatto positivo che l'esercizio dell'attività finanziaria può avere su altri soggetti. E, ancora di più, appaiono inadeguati a contrastare una tendenza, sempre più pronunciata, che allontana progressivamente le istituzioni finanziarie dal ruolo di promotori dello sviluppo locale che le ha contraddistinte fin dalla nascita. Il sistema finanziario ha attraversato negli ultimi anni una rapida quanto profonda fase di ristrutturazione nel nostro paese e nel mondo occidentale più in generale. In Italia, l'ondata di fusioni e aggregazioni ha portato, tra le altre cose, alla nascita di pochi grandi gruppi bancari che operano su tutto il territorio con un'offerta completa di prodotti e servizi. Uno dei principali caratteri distintivi dell'intero processo di ristrutturazione sembra essere la riduzione del costo del lavoro, obiettivo perseguito attraverso la razionalizzazione e la centralizzazione di alcune funzioni, l'outsourcing di servizi considerati lontani dal core business - dalle flotte aziendali alla gestione di dati e informazioni, dai call-centre alla gestione degli edifici. Inutile sottolineare quanto sia alto il costo sociale di queste mutate condizioni, soprattutto a causa della concomitanza di simili processi avviati da diversi operatori. La questione dell'occupazione e della riqualificazione del capitale umano appare quindi di stringente attualità nel dibattito sulla sostenibilità del sistema finanziario.

Il secondo carattere distintivo nel processo di ristrutturazione dell'intero settore è l'avvento delle nuove forme di interazione con il cliente incentrate sull'Internet banking/insuring e nel telephone banking/insuring. Per quanto questi media permettano di portare i servizi fino in casa del cliente, è indubbio che essi comportino una riduzione del rapporto tra banca/assicurazione e cliente a un mero dialogo basato su modalità di interrogazione – risposta. Proprio l'avvento di Internet ha modificato nel volgere di pochi mesi il valore dell'asset rappresentato dalla capillarità della rete di vendita: considerato cruciale per raggiungere i clienti, appare oggi un'immobilizzazione ridondante tanto che alcune banche, si pensi a Barklays nel Regno Unito, hanno recentemente annunciato la chiusura di alcune centinaia di filiali proprio nelle zone che maggiormente necessiterebbero di un operatore finanziario che accompagni o addirittura guidi lo sviluppo locale.

Siamo di fronte, e appare davvero un paradosso, alla cosiddetta esclusione finanziaria che indica la difficoltà per un'ampia e crescente fascia della popolazione ad accedere ai servizi finanziari di base come l'apertura di conto corrente, il servizio di bancomat e gli assegni. Solo in Francia si parla ormai di più di 6 milioni di persone escluse dai servizi finanziari di base (Lebègue 1999), un fenomeno diffuso anche, e non più un'eccezione, che ha stimolato il governo a varare una legge che impone alle banche l'apertura di conto corrente a chiunque lo richieda.

Quali cambiamenti impone quindi la sfida dello sviluppo sostenibile al sistema finanziario?


In primo luogo, una presa di coscienza del ruolo che gli operatori hanno nella società, soprattutto nel nuovo contesto competitivo che impone la minimizzazione dei costi, la riorganizzazione del lavoro e la ricerca degli ambiti a maggiore valore aggiunto.

Secondariamente, la sfida dello sviluppo sostenibile richiede agli operatori del settore della finanza uno sforzo molto articolato, organizzato e strategico che modifichi radicalmente l'atteggiamento verso i temi di cui trattiamo. Si tratta qui di trasformare il modo di operare da interventi episodici a programmi fortemente integrati alle attività bancarie e assicurative. Un'ultima indicazione, strettamente legata alla precedente, riguarda invece l'utilizzo di prodotti e servizi finanziari per raggiungere obiettivi di tutela dell'ambiente, di promozione dello sviluppo, di lotta all'esclusione sociale e alla disoccupazione. Sono infatti i servizi finanziari, con il loro impatto potenzialmente enorme sulla società, a rendere il caso delle banche e delle assicurazioni speciale rispetto ad altri settori dell'economia.

Quali sono i primi segnali di responsabilizzazione sociale e ambientale del settore finanziario?


I segnali più interessanti di innovazione nella direzione della responsabilità sociale e ambientale si manifestano senza dubbio nel settore della gestione patrimoniale, che ha nei fondi di investimento, nelle polizze vita, nei fondi pensione e nel private banking gli strumenti più diffusi.

In questo ambito vi è un numero crescente di istituzioni finanziarie che, in Italia ma soprattutto nei paesi anglosassoni, hanno adottato criteri ambientali e sociali per la selezione delle imprese sulle quali investire attraverso l'acquisto di titoli azionari e obbligazionari.

Le origini di questo fenomeno risalgono addirittura al XVII secolo, quando i fedeli di alcune chiese riformate evitavano di investire i propri risparmi in imprese che facessero uso di schiavi, sulla base della considerazione, ovvia ai nostri occhi, che tutti gli esseri umani sono uguali. Altri principi venivano utilizzati per individuare imprese indesiderate, quali ad esempio il coinvolgimento nella produzione e commercio di armi, di tabacco e di alcolici. Queste motivazioni etiche si sono successivamente diffuse ad altri gruppi religiosi e hanno guidato, fino ad oggi, un numero consistente di investitori istituzionali e di investitori privati verso forme di impiego responsabile sia da un punto di vista ambientale che sociale.

Oggi accanto a queste motivazioni etiche, convivono altre motivazioni, potremmo chiamarle di business, che hanno determinato l'allargamento a macchia d'olio del fenomeno dell'investimento socialmente responsabile (Socially Responsible Investing o Ethical Investing) fino a raggiungere le istituzioni finanziarie tradizionali.

Le motivazioni che spingono grandi società ad adottare criteri ambientali e sociali sono prevalentemente legate alla commercializzazione dei prodotti e all'ottimizzazione del processo di allocazione del portafoglio. Nel primo caso assistiamo al proliferare di prodotti finanziari che cercano di catturare il risparmiatore responsabile con politiche commerciali mirate (tra i nomi più diffusi dei prodotti ricorrono i prefissi eco-, green-, ethical, social) e talvolta enfatiche, se si considera la scarsa serietà di alcuni gestori nell'applicare criteri davvero responsabili nella selezione delle imprese su cui investire.

Nel secondo caso i criteri ambientali e sociali vengono usati come lente che permette di individuare le imprese esposte a particolari rischi ambientali, le imprese con una forte conflittualità con dipendenti e comunità locali, le imprese ad alto potenziale in grado di fornire prodotti e servizi all'avanguardia sia nella protezione ambientale che da un punto di vista sociale.

Assistiamo quindi ad una diffusione del fenomeno dell'investimento responsabile che, da risposta ad un imperativo etico, diventa un modo per catturare nuovi clienti o per migliorare le prestazioni finanziarie, a parità di rischio dell'investimento.

Questo grande fermento si spiega anche con l'attenzione che le banche pongono oggi all'attività di gestione del risparmio ed a tutte quelle attività ad alto valore aggiunto. Se la gestione patrimoniale responsabile può avere un grande impatto sullo sviluppo, sull'occupazione o sulla tutela dell'ambiente, non si può negare che tali dinamiche investano solo una piccola parte del sistema economico, in particolare quello rappresentato dalle grandi imprese quotate. Il comportamento delle istituzioni finanziarie verso atri attori economici e sociali rimane invece per molti aspetti indifferente, se non addirittura penalizzante, rispetto ai problemi ambientali e sociali.

In particolare, i servizi bancari alle piccole e microimprese ed ai cittadini svantaggiati risultano decisamente obsoleti di fronte alle sfide che il sistema economico e la società sta cercando di affrontare. Obiettivi ampiamente condivisi, quali la lotta alla disoccupazione, lo stimolo alla piccola imprenditoria, il sostegno alle attività con finalità sociali, la lotta contro l'esclusione sociale, sembrano quasi ignorati dal sistema bancario che, al contrario, in alcuni casi partecipa all'aggravarsi dei problemi.