Lo sviluppo sostenibile, così come definito dalla Commissione Brundtland delle Nazioni Unite (WCED, 1988), è:
Lo sviluppo sostenibile è una sorta di principio guida, o percorso asintotico, che fa strettamente riferimento al concetto di responsabilità di un soggetto, in questo caso un soggetto economico, verso altri soggetti. Si tratta di una responsabilità morale, ancora prima che legale, verso tutti coloro che hanno un interesse diretto o indiretto agli effetti dell'attività d'impresa e quindi verso i soggetti con cui quest'ultima intrattiene rapporti: dai clienti/consumatori alle generazioni future, dai fornitori ai dipendenti, dai cittadini agli azionisti, dai creditori alle autorità di controllo, solo per citarne alcuni.
Il concetto si fonda su tre diversi pilastri, o principi, fortemente interrelati. In primo luogo l'equità sociale, intesa come equità intra-generazionale e inter-generazionale. In secondo luogo la protezione dell'ambiente, intesa come mantenimento dello stock delle risorse naturali e della diversità biologica. Da ultimo la competitività economica, intesa come capacità dei sistemi economici di creare ricchezza garantendo la coesione sociale e il rispetto dell'ambiente.
Questo concetto è stato via via declinato in obiettivo di lungo periodo dagli organismi sovranazionali, le Nazioni Unite e l'OECD, dai governi di paesi occidentali e paesi in via di sviluppo, dagli enti locali, chiamati proprio alla conferenza di Rio a dotarsi di un piano d'azione per il XXI° secolo (l'Agenda 21 Locale), e infine dal mondo delle imprese, in particolare di quelle che operano nei settori industriali maggiormente responsabili del degrado ambientale. Al contrario, l'adozione esplicita dello sviluppo sostenibile come obiettivo strategico per le imprese che operano nel settore dei servizi, di cui le istituzioni finanziarie fanno parte, è relativamente più recente.
In che modo per il settore della finanza, il cui agire è apparentemente neutrale rispetto ai temi dell'ambiente e della responsabilità sociale, è rilevante la questione dello sviluppo sostenibile? Prima di tentare di dare una risposta, o più risposte, a questa domanda, occorre chiarire in maniera più esplicita quali siano gli aspetti chiave che un'impresa, a prescindere dal settore in cui opera, dovrebbe tenere in considerazione nell'intraprendere il percorso verso lo sviluppo sostenibile.
Il quadro è sufficientemente ampio per suggerire come il comportamento delle istituzioni finanziarie non sia per nulla neutro proprio rispetto a questi soggetti. Il rapporto tra chi esercita attività finanziaria e chi riceve denaro a prestito è stato ad esempio oggetto di critiche già dai tempi di Aristotele, che considerava l'esercizio del credito un'attività contraria all'etica, posizione ancora oggi riscontrabile nei paesi di religione musulmana. La questione, ottimamente dibattuta da Sen (Sen, 1991), appare oggi largamente superata se si considerano le conseguenze, positive, che il prestare denaro determina; ma è centrale nel dibattito attuale quando si consideri per esempio la questione della determinazione dei tassi d'interesse d'usura.
Accanto alle questioni dell'etica della finanza, troviamo altri ambiti sicuramente rilevanti quando si tratti di istituzioni finanziarie e responsabilità verso altri soggetti. Come ad esempio la relazione tra attività finanziaria e sviluppo locale, lotta alla disoccupazione, integrazione degli immigrati, protezione dell'ambiente. Ecco quindi che l'esercizio dell'attività finanziaria è legato a filo doppio con il dibattito sullo sviluppo sostenibile.